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  • Rubrica - Appunti in agrodolce


    Ormai non dovremmo avere più dubbi. Il capitalismo è il “bene assoluto”. Mi domando, ma veramente, non sto facendo la finta ingenua, né tanto meno domande retoriche: dove risiede, in che consiste, la forza strutturale indistruttibile del capitalismo, in grado di presentarsi sempre, dovunque e ancora come il sistema, l’unico possibile, quello ovvio, irrinunciabile… Anche quando lo sviluppo storico abbia dimostrato a che assurdi, a quali limiti inimmaginabili sia potuto arrivare, e di quali ingiustizie si sia potuto macchiare: una ricchezza nominale fasulla, costruzioni di potere enorme cadute come castelli di carta (straccia), manager onnipotenti, strafottenti, ma alla fin fine “incapaci”, che pur facendo fallire le imprese che erano chiamati a dirigere, vengono dimessi con buone uscite che non ci azzardiamo neanche a trascrivere per paura di sbagliarci con i tanti zeri che contengono. Per non parlare della fame, la sete e le malattie già guaribili che dilagano nel mondo mietendo un numero così spaventosamente alto di vittime che nessuna pietas e solidarietà riescono ad abbracciare e confortare.

    Il capitalismo democratico è il migliore sistema mai concepito, pontificava il riconosciuto e rispettato teorico d’oltre oceano Gorge Bush, per fortuna rientrato nella sua più confacente dimensione domestica. Nientepopodimeno. Meno male che è il migliore, che cosa ci capiterebbe se non lo fosse?... All’interno del capitalismo, la particolarità italiana o, come si suole dire adesso (sono di quelle parole o locuzioni che divengono di moda, e usiamole allora senza vergognarcene…): l’anomalia del sistema-paese è che situazioni o fatti che in altri paesi – da soli e di per se stessi - sarebbero causa di sconvolgimenti e scandali epocali (in Giappone di suicidi) da noi vengono visti come del tutto normali; quelli di noi che, per interesse professionale o per passione politica, continuano a notarli e, noiosamente, a denunciarli, si domandano se c’è un limite, una soglia invalicabile, un peso già non più sopportabile. Sto pensando, prendendone una veramente a caso, alla storia dell’avvocato penalista Giulia Buongiorno. La sua notorietà si deve al fatto che giovanissima fece parte del collegio difensore di Giulio Andreotti nel processo per associazione mafiosa. Lì deve averla notata Berlusconi (e in questo caso non certo per la sua avvenenza, scarsina, ma per le sue capacità intellettuali che indubbiamente devono essere elevate) tanto da ammetterla nel suo enturage. Militando in Alleanza Nazionale, nel 2006 viene eletta deputata alla Camera e la troviamo adesso –ma che bella sorpresa!- come Presidente della Commissione Giustizia della Camera. Un curriculum come il suo, se pur brillante, non avrebbe dovuto consigliare una lontananza massima dal Parlamento?...

    Adesso, nella spiegazione / giustificazione della situazione economica globale disastrosa e sommamente preoccupante, è diventato luogo comune dare la colpa agli speculatori. La speculazione è diventata la peste del XXI secolo. Al grido di Bisogna moralizzare il capitale finanziario! I manager verranno  puniti! si pretende di tranquillizzare l’opinione pubblica ed infondere fiducia nell’oculato maneggio della cosa pubblica da parte di chi detiene, democraticamente, il potere.  Ma come si fa a moralizzare alcunché  se in piena crisi, un tranquillo giocatore di borsa qualunque, cioè non un “super genio maligno della finanza”, intervistato in TV, dichiara di aver guadagnato in un giorno (sic) 15 mila euro e che a lui non importa se la borsa sale o scenda, l’importante è che si muova… Non sarà che il marcio sta nel sistema e NON è sufficiente punire in qua e in là qualcuno più furbetto della norma, o meno onesto del dovuto? L’altro luogo comune dilagante nell’attualità è che non c’è più ideologia. Si confonde tra “la gente non è ideologica” –parzialmente vero- con “l’ideologia è morta” –totalmente falso. La poca cultura politico-storica economica, e purtroppo, non dobbiamo avere paura a dirlo, una ignoranza generalizzata e dilagante, fa ripetere a pappagallo che l’ideologia non c’entra più, che l’uno vale l’altro. Avere coscienza o meno dell’ideologia di cui si è portatori, non è da confondere con l’assenza della matrice ideologica che è in ognuno di noi, e che manifestiamo in ogni singolo gesto e azione della nostra vita quotidiana. Pensiamo per esempio all’individualismo, che nella società attuale è alle stelle; pensiamo al razzismo e ad una frase spaventosa di questi giorni: Non è un ragazzo, è un marocchino! detta da un ragazzo “normale” nel commentare in un’intervista televisiva l’atto brutale di picchiare e bruciare vivo un immigrato; pensiamo alla incitazione testuale alla “cattiveria” in bocca di un politico governante. Individualismo e razzismo sono indubbiamente alcuni dei valori tipici di una ideologia di destra. Ma muoviamoci nell’alta sfera della teoria: “Il crash americano è straordinario e tutt’altro che finito. Quando i  capitalisti scambiano solo denaro contro denaro, le cose finiscono male”. Lo scriveva Karl Marx a Friedrich Engels nel 1857. La discussione, signori, è ancora aperta.