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  • Rubrica - Appunti in agrodolce


    Nel settembre del 2008 si è svolto a Mantova il Festivaletteratura di cui è stato protagonista il grande critico e filologo Ezio Raimondi, che ho avuto il piacere di avere come docente della cattedra di Storia della Letteratura italiana all’Università di Bologna.
    Se adesso conta ottantaquattro anni, ragiono che negli anni ’70 doveva stare intorno ai quarantacinque. A me sembrava già molto vecchio, ma ancora relativamente un bell’uomo; snello, forse un po’ troppo consapevole di sé, per cui scattava facile il meccanismo dell’ironia sufficiente e crudele della gioventù: Va beh, è bravo, ma – oddio – non si crederà pure bello?... Arrivava puntuale e cominciava a lanciare il suo verbo, preciso, ricchissimo, camminando avanti e indietro davanti alla cattedra con gesti teatrali. Amava sorprenderci e, credo, dominarci oltre che incantarci, con la forza del suo pensiero e con il rigore delle sue analisi. 
    Letteratura Italiana: è stato il mio “esame incubo”, il primo in assoluto, l’unico fatto in tutto il primo appello del primo anno, perché sentivo l’esigenza pressante di dovermi misurare con lui; solo dopo sarei potuta andare avanti… Quando inaugurai il mio libretto con il primo trenta e lode, cambiai per sempre. Dopo l’euforia e l’emozione iniziali, diventai più umile, disposta ad ammettere che non sapevo proprio niente, che c’erano dei maestri che bisognava ascoltare fino in fondo, che niente è scontato, e che solo interessi autentici, studio costante e seria ricerca possono avvicinarti a una verità relativa che vale la pena comunicare per continuare a indagare e riflettere.
    Il grande maestro Ezio Raimondi. Ripenso a cosa più mi è restato delle sue lezioni magistrali. Insisteva molto sul provincialismo della cultura italiana, comparandolo con lo spirito della cultura e della letteratura mitteleuropea che a me sembrava mitizzasse un po’ troppo (dall’alto di quali mie sicurezze mi permettessi simile opinione non saprei adesso dire…). Solo molti anni dopo, compiuti peripli diversi e osservato mareggiate di altri lidi, dovevo arrivare a sentire sulla mia pelle il fastidio polveroso e appiccicaticcio di certo persistente, pertinace, provincialismo italiano.
    Raimondi era drastico sull’importanza di leggere gli autori nelle loro lingue originali. Goethe, oh, che orrore non leggerlo in tedesco! Shakespeare, che delitto non leggerlo in inglese! Ed io, da quella giovane ignorante che ero, trovavo insopportabilmente snob tale pretesa, sembrandomi minore il danno di, comunque, leggerli anche se tradotti…  Molti anni dopo, all’imparare una lingua straniera forse meglio della mia lingua madre, compresi quanto fosse giusto il suo monito. Perché una lingua non è fatta solo di parole che si possono tradurre più o meno bene; è un universo culturale carico di segni, messaggi e metamessaggi; di sensazioni, di storia e di tradizioni, assolutamente non traducibili, captabili solo con i sensori dei nostri personali sentimenti e vivenze. La comprensione non avviene solo attraverso la cognizione della singola parola e neanche del singolo concetto, ma dall’empatia, oserei dire dall’amore che ci unisce a un universo etnico-linguistico.
    L’insegnamento di Raimondi fu fondamentale anche per instaurare indelebilmente in me la coscienza  della letteratura come la trama di un tessuto, che si costruisce sommando a un discorso (un tessuto) preesistente, come un filo dietro l’altro; un labirinto magico nel quale non ci sono mai vie d’uscita, ma solo altri labirinti, nei quali il percorso giusto è dato dalla individuazione dei testi di riferimento necessari. Perché ogni libro scritto è un dialogo con tutti gli altri libri scritti nei secoli. Un pensiero da paura. Da qui la necessità di una profonda cultura del critico, necessariamente maggiore, dovutamente enciclopedica, rispetto a quella del creatore. Lo scrittore può essere totalmente naif, ingenuo, e creare nonostante questo un capolavoro. Il critico è il titano che dovrebbe capire, spiegarsi e spiegare. Lui tiene i fili della logica del labirinto. Non è compito peregrino, è il custode di parte della nostra logica umana. E’ per questo che la fondamentale assenza di pensiero critico nell’attualità è un altro elemento da paura… Sia in letteratura che in arti plastiche e cinematografiche, la critica propriamente detta non esiste più. Esistono officianti e praticanti che sanno “scrivere bene”, che  maneggiano il mestiere e sono zelanti, attenti al vento che tira, abili nel fiutare il cavallo vincente, pronti a dare la ragione al committente pagante… Più preoccupati di classifiche e statistiche che della storia del pensiero, della letteratura e dell’arte. Casualmente, la tecnologia oggigiorno consente a chiunque di scrivere un libro. Letteralmente: uno. Nel senso che se lo scrive e se lo pubblica in un unico esemplare. A cosa serve? Non si sa. Forse a dimostrare che siamo in una democrazia totale e demenziale.