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  • L'insopportabile inadeguatezza dell'essere


    I Parchi nazionali si trovano davanti ad un momento di difficoltà profonda e innegabile. Da una parte un modello di gestione statico e eccessivamente burocratizzato determinano l’impossibilità per gli enti gestori di essere veloci e dinamici quanto le sfide connesse alla modernità imporrebbero; dall’altro lato una sempre più profonda crisi del sistema economico mondiale mina fin dalle fondamenta gli stessi principi di tutela ambientale in virtù di una sempre più profetizzata, ma ancor più spesso propagandata, rinascita economica che dovrebbe partire proprio dallo sfruttamento del territorio.
    I Parchi interpretano, in questo frangente temporale, il pensiero di una staticità legata ad un modello di tutela che entra in crisi di fronte all’avanzamento delle “necessità” economiche.

    Manca in questo paese, diversamente da quel che sta accadendo in America, una riflessione generale sul ruolo e sull’importanza delle politiche ambientali per il rilancio dell’economia locale e mondiale, perché la risposta più semplice è quella di ricorrere alle grosse infrastrutture (siano esse industrie, ponti, dighe, alberghi e case) senza spiegare alla gente quali benefici economiche ci siano per i singoli interessati (molti e reali) e per la collettività (pochi e dilazionati). Occorrerebbe uscire dal criterio aziendalistico-industriale della prima ora dove ad ogni albergo corrispondono automaticamente centinaia di posti di lavoro e dove invece dalla protezione della natura derivano solo oneri e vincoli.
    In tal senso i Parchi potrebbero fare molto, offrendo un modello di “azienda territoriale” dove siano piccoli interventi diffusi sul territorio a creare i presupposti della creazione di nuclei lavorativi e, sommandosi tra loro, e di nuova forza lavoro qualificata.
    Come possiamo sfidare la crisi con un modello economico basato su una impostazione ecologica? Innanzi tutto bisognerebbe liberare i Parchi per liberare le energie e le idee.

    Il lettore deve sapere che i Parchi sono enti “vigilati”: ciò significa che ogni decisione del suo organo di indirizzo (il Consiglio direttivo) non ha effetti immediati subito dopo essere stata assunta. Le deliberazioni del consiglio infatti sono inviate al Ministero dell’ambiente, presso la Direzione della protezione della natura, per un parere di legittimità che si traduce in tempi di attesa che possono variare dai 3 mesi fino anche ai 9 mesi dipendentemente dalla presenza o meno di osservazioni da parte di tale organo tecnico. E’ dunque un sistema atavico, borbonico: il mondo corre e noi lo stiamo a guardare.
    Il Consiglio direttivo del Parco nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena ha, in poco più di un anno di attività, prodotto quasi 70 deliberazioni (termine tecnico per indicare appunto una “decisione”), andando a coprire le falle nell’organizzazione dell’Ente degli anni passati e producendo tutti i regolamenti interni - necessari al suo funzionamento - finora assenti. E’ costata fatica e anche pazienza e molte di queste hanno visto opposizioni spesso strumentali e inutili rinvii. Tutto ciò è francamente intollerabile.
    Un’istituzione che si candida a gestire la natura deve essere dinamica e pronta ad agire con velocità ed immediatezza. I Parchi dovrebbero poter essere liberi di sviluppare accordi territoriali con imprese e comuni limitrofi per generare ricchezza.
    In che modo? Bisognerebbe investire nelle produzioni di qualità, nelle energie alternative, nella bioedilizia, nella gestione dei servizi a terra e a mare. Occorrerebbe stipulare un “patto” col territorio e con chi lo amministra, eventualemente anche riequilibrando la composizione del Consiglio direttivo in favore di una maggiore presenza da parte della comunità locale: ad una maggiore rappresentatività dovrebbero però corrispondere anche impegno e responsabilità maggiori da parte degli enti locali, che spesso ideologicamente si pongono in posizioni di resistenza, negando di fatto la possibilità di progredire verso il bene comune e lo sviluppo locale ed ostacolando i processi decisionali.
    La partecipazione attiva degli enti locali (comuni, province e regioni) dovrebbe essere incoraggiata, allo scopo di rendere la gestione del parco condivisa; laddove ciò non accadesse, dovrebbe essere individuato un meccanismo che permetta ai Parchi di poter determinare autonomamente le politiche di tutela e di sviluppo, per non rimanere bloccati e sotto ricatto”, per rispondere alle esigenze di tutela e di sviluppo, per rispondere alla gente prima ancora che al “politichese”.
    Bisognerebbe infine permettere ai comuni che vogliano partecipare alle politiche di tutela del Parco di potervi aderire tramite patti territoriali di 10 anni: veri e propri contratti per il raggiungimento di obiettivi comuni.

    I Parchi dovrebbero essere enti autonomi che possano - e sappiano - dialogare col territorio e ancor più con i cittadini. Sarebbe necessario creare un sistema di coordinamento nazionale e locale affinché sia possibile, per i Parchi, condividere esperienze di buona gestione con le altre aree protette, e che le esperienze e le idee vincenti possano essere importate nei territori che sono rimasti indietro, emancipando i Parchi dal sistema obsoleto di controllo ministeriale che non facilita l’assunzione di decisioni immediate e spesso rende i parchi semplicemente “esecutore” di decisioni prese in altri luoghi.
    Molto di ciò che ho finora illustrato è già una realtà - solo per citare esperienze concrete - in Francia ed in Spagna, seppure con modalità differenti; potrà accadere anche in Italia se si coalizzeranno tutte quelle forze che vedono nei Parchi - e quindi nello sviluppo sostenibile, nelle energie alternative, nell’agricoltura e la forestazione, nel riassetto idrogeologico, nell’artigianato locale e nell’iniziativa imprenditoriale - la possibilità di cogliere le sfide dello sviluppo sostenibile e le alternative vere ad una economia del “vecchio”, dello “sporco” “pesante” ed “ingombrante”. Abbiamo infatti bisogno di una economia “leggera”, diffusa sul territorio e “pulita”.
    Badate: non si tratta di contrapporre al “mattone” l’ “albero”! Anche questa è infatti una semplificazione figlia di una ideologia ormai tramontata. Si tratta piuttosto di individuare un modello che rispetti il nostro territorio, la nostra storia e la nostra cultura, veri “giacimenti” di ricchezza: un sistema che genera - dal territorio e con il territorio - sviluppo e lavoro.
    Ovviamente, e lo ripeto contro i facinorosi della semplificazione che spinge allo scontro ideologico, ciò non si traduce in un proclama contro gli alberghi, le strade e le case; come più volte ho avuto modo di affermare si può costruire, anche molto, ma bisognerebbe capire come, dove e quando. La bioedilizia e la bioclimatica, coniugate alla produzione da fonti rinnovabili da nuovi insediamenti ed al recupero di quelli vecchi possono - anzi devono - essere un modo per investire intelligentemente in edilizia, non “rubando” al territorio ma anzi restituendo (energia, riassetto idrogeologico, nuove professionalità) fattori che sul territorio rimangono e producono anch’essi ricchezza.

    Questo è l’obiettivo-utopia che mi sono posto: alzare il livello di discussione perché insieme sia possibile trovare idee ed energie nuove per arricchire i nostri territori senza distruggerli. Di questo, e per fare dei Parchi, specialmente quello di La Maddalena, un laboratorio di naturalità diffusa, mi farò promotore presso tutte le sedi idonee, istituzionali e non.
    Per far ciò saranno necessari sia un’ampia  collaborazione sia la possibilità di liberare il Parco dai “lacci e lacciuoli” che lo tengono ancora oggi imbrigliato, di gente nuova, umile e competente, di idee innovative, di servitori dell’interesse pubblico e “timorati” dell’etica: abbiamo bisogno di tutto ciò che deve essere normale e perciò straordinario.