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  • Interventi: “La terza via”


    Parla del tuo villaggio parlerai del mondo, diceva qualcuno. Profondamente convinta di questa identità tra particolare ed universale vorrei, a partire da due domande, proporre un’analisi sulla nostra comunità che va più universalmente ad intrecciare la teoria delle istituzioni, il diritto, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia. Di fronte all’assioma che ci sia una lampante carenza di meritocrazia nel nostro micro e macrocosmo, esiste la possibilità di una terza via fra le sirene opposte, complementari e inutili dell’indignazione quotidiana, del marginalismo, e del bieco asservimento alle logiche dello spoil-system? Tra quel misto di rabbia e invidia, vertigine di egotismo fusa nel maledetto desiderio di vedere gli altri cadere e l’adeguamento alla logica di asservimento al potente di turno? E nella gestione dei nostri beni comuni c’è una terza via tra stato e mercato? Tra il saccheggio del bene comune da parte di privati e la conservazione del bene da parte dello stato, che rischia di essere dispendiosa e poco partecipata? Sembrano a prima vista domande profondamente diverse e afferenti a sfere diverse, ma in realtà credo la risposta ad entrambe sia la stessa. In questo drammatico crepuscolo geopolitico della nostra isola e della nostra Italia, in questo apparente manicheismo senza via d’uscita, la terza via esiste che va assolutamente cercata e percorsa è quella dell’autogestione dei beni comuni attraverso istituzioni di autogoverno . Se i beni comuni sono, come sono, res communis omnium e non res nullius, è ora che tutti ce ne occupiamo, non solo l’amministrazione, lo stato, il parco, tanto meno gli investitori privati. Ma a fare la differenza tra il successo o l’insuccesso di un governo autogestito, e qui arriviamo al contenuto del primo quesito, sarà l’esistenza di una comunità, di una cittadinanza attiva, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta. Non è un delirio anarchico il mio, ma sempre più spesso penso ai vantaggi che potrebbe trarre la nostra comunità da comportamenti cooperativi, che a quel punto potrebbero essere codificati in vere e proprie istituzioni di autogestione, che enfatizzino l’importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza. In quest’ottica si vanificherebbe anche la conflittualità tra pro parco e antiparco. Insomma ben venga la salvaguardia dello stato sui nostri beni da parte di un Ente, purché la società civile si senta chiamata a cooperare con esso, nella logica paritaria della partecipazione democratica e condivisione di progettualità. Credo che il nodo da sciogliere sia tra lo scegliere e l’essere scelti. Dobbiamo sentirci nella condizione di scegliere e non di essere scelti dal potente di turno, perché magari abbastanza servili per poter un giorno comandare. E questa che sembra una contraddizione in termini è in realtà l’ossimoro che ha determinato in buona parte il crepuscolo geopolitico della nostra splendida isola come della nostra splendida penisola. Ma discendendo nel particolare e all’aspetto propositivo, come provare ad uscire da questo crepuscolo? Io credo sia possibile solo a partire da un’utopia concreta, concreta come sono tutte le utopie che smettono di essere concrete solo quando si smette di crederci. Un punto di partenza potrebbe essere incontrarsi tra associazioni, che se esistono e sono tante e diverse nella nostra splendida isola è perché molti hanno l’esigenza di aggregare di fronte alle logiche disgreganti della prima domanda. Un’esperienza per me molto positiva nella direzione della condivisione, apertura e partecipazione è stato il coinvolgimento che il Presidente Bonanno ha proposto per le iniziative Telethon. Ho visto molti, tra operatori culturali, referenti delle scuole, operatori economici, associazioni di categoria seduti nello stesso momento attorno ad un tavolo per sviluppare un progetto di solidarietà. Nessuna scorciatoia tipo la commissione all’amico che ti garantisce il prodotto. Credo che avere più idee a disposizione sia più utile alla crescita dell’averne poche di persone che qualcuno ha aprioristicamente deciso siano buone. E mi son chiesta: perché non utilizzare questa formula più spesso per altri temi? Da questo tipo di approccio credo potremmo ripartire per un progetto più ampio rivolgendosi a chiunque abbia voglia di spendere un po’ del proprio tempo e delle proprie competenze ad immaginare e costruire pezzi di futuro pregevoli e condivisi, dove la prima operazione (immaginare) è assolutamente funzionale alla seconda (costruire), a proposito di utopie concrete. Chiederei formalmente al Presidente del Parco solo di offrirci gli spazi fisici per concretizzare questo progetto. Lavoriamo anche affinché ognuno di noi si senta protagonista e attore nell’immaginare forme nuove di cura dei beni comuni, che debbono essere non solo nella disponibilità di tutti, ma anche gestiti da tutti. Perché la Bellezza dei nostri luoghi ci salverà e ci nutrirà. Spiritualmente, ma non solo.