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  • “La sfida del Parco: formare e sostenere le comunità locali”


    Sappiamo tutti, credo, che per arrivare puntuali agli appuntamenti con se stessi, con la vita e con il Futuro è del tutto sconsigliabile correre. Ne va di mezzo la nostra incolumità, uno sconveniente afrore di sudaticcio, la dignità di chi non vuole mostrarsi schiavo del tempo ma piuttosto artefice del suo tempo. Per dire che il Parco, ora più che mai, deve sentirsi chiamato ad una grande sfida educativa: non permettere che il soddisfacimento dei bisogni attuali comprometta le possibilità delle generazioni future, costruire e diffondere una cultura moderna “capace di futuro”, capace cioè di ispirare le proprie azioni al “senso del limite”. Mica cosa facile! Ma per conseguire tutto ciò, ancor più che l’impegno, le risorse, umane e finanziarie, crediamo siano importanti il modo e i tempi giusti. E le persone in grado di interpretarli. Perciò oggi vogliamo, in controtendenza con la tanto di moda “roboante morale dell’azione”, fare un impopolare elogio della lentezza e del silenzio, anche nelle azioni amministrative. Per un Ente che pone la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali e umane fra i suoi obiettivi prioritari, obiettivi che definiscono una nuova cittadinanza e convivenza delle specie viventi, è efficace la roboante politica del “tutto subito”? Crediamo di no. L’etica del fare è facile che sfoci nella «dittatura del presente», di un presente orfano delle lezioni del passato, che finisce per scivolare in un interesse individualistico immediato e quindi facile preda della corruzione. Uno dei motivi per cui non si sviluppa abbastanza spesso il “circolo virtuoso” fra etica, funzionalità, qualità e successo (perciò anche profitto) è la fretta. E questi valori sono più spesso premianti nel medio-lungo periodo. La fretta, la miopia e la rincorsa spasmodica dei risultati “a breve” provocano un “circolo vizioso” che agisce in senso contrario. Ma decliniamo nel concreto della nostra comunità: un fenomeno abbastanza consueto nelle aree soggette a recessione economica (e, ahimè, questa condizione ci appartiene), è paradossalmente la mancanza di una prassi collaborativa. Spesso la crisi dell’economia si accompagna ad una più generale sfiducia nelle possibilità di qualunque azione collettiva volta al miglioramento della situazione. Da ciò, spesso, emergono comportamenti opportunistici, che rendono particolarmente complicata la realizzazione di qualunque progetto che postuli il consenso e la collaborazione di più soggetti. Inoltre la mancanza di fiducia rende problematica l’attuazione di progetti che richiedono investimenti nell’immediato ma portino risultati nel medio e lungo periodo. Viene quindi considerata con più favore la costruzione di opere di dimensioni cospicue, in grado di assegnare redditi immediati ad un gruppo individuabile di soggetti, rispetto a dei progetti che abbiano per obiettivo una crescita generale in un periodo più lungo. L’opportunismo e l’individualismo si riflettono e sono aggravati dall’incapacità di elaborare progetti sistemici; non solo l’azione dei singoli tende ad essere opportunistica, ma anche l’attività degli enti preposti alla programmazione rischia di distribuire le risorse e gli eventuali incentivi tra i differenti gruppi di interesse piuttosto che a ricercarne la collaborazione, individuando linee unitarie. E questo è un esempio di politica dell’immediato, dispendiosa e rumorosa, ma che non riteniamo utile. Vorremmo invece vedere dedicata una particolare attenzione ai processi di sviluppo “dal basso” (buttom up), che unici contribuiscono a mettere in discussione l’approccio, dominante, e catastrofico per le sorti delle comunità locali, dello “sviluppo dall’alto”, finalizzato a innestare sul territorio interventi anche importanti, ma senza particolare attenzione al quadro socio-economico- culturale dell’area di riferimento. Del tutto diversi sono il senso e le implicazioni del modello dello sviluppo dal basso che pone l’attenzione sulla mobilitazione delle energie sociali, tutte o quante più possibile, intorno a una idea-progetto. Un punto fermo e una priorità delle attività nelle aree parco deve quindi essere, a nostro avviso, la creazione di reti sul territorio che mettano tra loro in relazione soggetti pubblici e privati creando sinergie che superino i conflitti e portino a una collaborazione efficace e all’individuazione di nuove opportunità, ottimizzando così le risorse economiche e valorizzando le peculiarità sociali, ambientali e culturali dell’area. E questo anche quando si parla di educazione ambientale e ci si interfaccia con le Scuole e agenzie educative che non devono essere considerate, come a volte accade, il contenitore cui attingere il materiale umano da “educare” da parte di “esperti”, ma agenzie con cui collaborare realmente, in una dimensione di ricerca vera e aperta, lungo percorsi trasversali e creando i presupposti per un diverso rapporto con le discipline e tra le discipline, con gli educatori e tra gli educatori. Solo a queste condizioni l’ambiente diventa da vincolo opportunità. Ci vuole tempo e generosità certo, ma è tutt’altro che in contraddizione con il profitto, perché, come diceva quel grande giornalista che era Barbiellini Amidei: «Chi mette per fede a bilancio l’eternità non può mai tradire la fiducia altrui nei bilanci aziendali».