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  • “Più idee, meno cemento”


    La nostra isola è stata dotata dalla natura e dalla creatività dell’uomo, prima che quest’ultimo impazzisse, di straordinarie bellezze naturali e paesaggistiche e di un grande patrimonio artistico. Nonostante ciò, il turismo non riesce a discostarsi dai due intensi mesi di tormento ed estasi, dopo i quali lo spettro delle località deserte torna a farsi vivo.
    Allora destagionalizzare diventa il must degli addetti ai lavori. Ma, posto che ormai non è più semplice riempire le strutture nemmeno ad agosto, farlo nelle stagioni intermedie appare quasi un’impresa titanica e tra amministratori e politici ultimamente i titani scarseggiano. L’unico modo per destagionalizzare senza una seria programmazione sarebbe quello di abolire le stagioni e superare l’ingiusto accumulo di temperature in alcuni mesi dell’anno ridistribuendole equamente nei dodici mesi, ma la distribuzione in modo equo della temperatura a tutti i mesi secondo un elementare principio di giustizia è più difficile della distribuzione della ricchezza tra gli uomini. In alternativa si cerca allora di selezionare il turismo, privilegiando quello a 5 stelle. Il concetto è chiaro: il povero con prole è più dannoso e rende meno di un ricco con la ganza. Il povero, poi, è anche cafone: mangia pizza e panini e riempie le strade di cartacce e lattine. Questo turista proletario (“lumpen” direbbe Marx) dovrebbe andare a Rimini. Dall’arcipelago dovrebbe essere sradicato come i cinghiali.
    Anche se non consideriamo l’idea razzista dalla quale nasce questa scelta e consideriamo cinicamente gli interessi, questa ipotesi è un gigantesco errore perché, qualora si imponesse a tutti gli italiani poveri una banda gialla al braccio in modo da bloccarli ad Olbia, qualche albergo di lusso e ristoratore ne ricaverebbe vantaggio,ma l’economia dell’isola no. Per destagionalizzare dobbiamo invece puntare ad un turismo equo sul piano economico e sociale per ambo gli ospiti, intesi nella duplice accezione attiva e passiva, e tollerabile a lungo termine dal punto di vista ecologico. Tale risultato non è un miracolo né è riconducibile a manne di turisti caduti dal cielo, ma è il frutto di precise strategie elaborate e poste in essere negli anni, che vedano la collaborazione congiunta di operatori pubblici e privati consapevoli dell’importanza delle variabili in gioco. Perciò è tempo di un esame di coscienza collettivo, di aggregare TUTTE le progettualità presenti sul territorio, di smettere di cercare altrove le colpe dei ritardi e delle inefficienze  e soprattutto di non aspettarsi dall’alto manne salvifiche. Cosa sarebbe dovuta essere l’isola nei progetti altrui lo vediamo ventisette mesi e 327 milioni dopo lo spostamento del G8.
    Alberghi a 5 stelle e seconde case possono certo apparire come un elemento di rassicurazione in un periodo di profonda incertezza, ma il rischio è che si fronteggi la paura del futuro a colpi di solido e rassicurante cemento, che ci si ostini per un club med a 5 stelle senza affrontare il vero nodo della destagionalizzazione. L’alternativa è dimostrare che un futuro è possibile senza costruire nuove cubature, ristrutturando e riutilizzando l’esistente, provando a migliorare le percentuali d’utilizzo dei posti letto già esistenti, con l’albergo diffuso, e puntando sulla cultura come ingrediente fondamentale per la destagionalizzazione. Penso alla possibilità di offrire alle scuole percorsi didattici ragionati che consentano di superare l’episodicità e la “gratuità” delle gite per farne dei momenti di studio e di indagine approfondita inserita nella programmazione. Penso a convenzioni con università per stages o master nell’isola ospitati nell’ex ospedale, struttura ideale per un polo universitario. So che è un’alternativa più difficile da comunicare, forse meno tranquillizzante per chi è ansioso di risposte immediate, ma è la partita che abbiamo atteso di giocare da tempo e non più rimandabile. Anche se, come scriveva Wilde “l’esperienza è il tipo di insegnante più difficile: prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione”.