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  • Zaino in spalla per il Parco!


    Seconda puntata. Alla scoperta delle dune fossili dell'Arcipelago! In primavera, come in estate nelle ore meno calde, anche sulle isole minori dell’Arcipelago si possono percorrere dei sentieri che offrono all’escursionista colori e profumi, ma anche paesaggi sempre nuovi.

    Seguendo il sentiero che dalla Spiaggia di Cala S. Maria porta al faro di Punta Filetto, ci si affaccia, tra la macchia, su diverse piccole calette di ciottoli, dalle quali si possono ammirare gli Isolotti di Corcelli, Barrettini e Barrettinelli.
    Appoggiati sugli scogli, qualcosa talvolta balza all’occhio: le rocce di quella zona, su cui siamo comodamente seduti, non sono le classiche rocce granitiche comuni nella maggior parte dell’Arcipelago, ma le meno diffuse rocce metamorfiche, che pur si trovano su più di metà dell’isola di S. Maria. C’è però un piccolo tratto di costa dove si possono osservare rocce ancor più inconsuete per l’Arcipelago, tracce di un passato lontano, che la forza erosiva delle onde ha quasi ovunque cancellato tranne che in pochi posti riparati dai venti e dalle mareggiate dominanti. Uno di questi posti è proprio Cala del tufo, lungo il sentiero per il faro di Santa Maria. La cosa che per prima balza all’occhio di un osservatore anche poco esperto è che quelle rocce sono friabili, molto meno dure del granito, e con evidenti linee inclinate e parallele che i geologi chiamano “laminazioni”. Le laminazioni sono il segno di come la sabbia veniva depositata dal vento, a strati l’uno sull’altro, fino a formare delle dune eoliche che possiamo associare mentalmente, nel nostro piccolo esempio locale, alle dune costiere di Baia Trinita o a quella di Monti d’A Rena.
    In migliaia di anni la sabbia si è indurita, solidificata, fino a diventare dura roccia.
    Stiamo guardando delle dune fossili risalenti all’ultimo stadio glaciale, quando il livello del mare era più basso dell’attuale e il vento muoveva, spostandole, grandi quantità di sabbia da quelli che adesso sono i nostri fondali verso la costa, formando così campi dunali molto estesi, talvolta ricchi di vegetazione. A Cala del Tufo è come guardare un ritaglio di una fotografia della costa proveniente da un lontano passato quando, migliaia di anni fa, le Bocche di Bonifacio non costituivano un canale, ma un passaggio tra la Corsica e la Sardegna fatto di lagune stagnanti e coste, percorribile in molti tratti a piedi. Immediatamente vicino al mare, si notano anche delle piccole conchiglie incastonate tra i granelli di sabbia e i sassi di una paleospiaggia, in cui si possono leggere direzione delle onde, grado di pendenza e capire quale era parte della fauna marina che la popolava. Molta della sabbia fossile divenuta arenaria contiene microfossili probabilmente prodotti dalla Posidonia che già popolava i fondali marini di quel tempo.
    Aperture circolari chiamate “marmitte”, dovute all’erosione e comuni nelle coste calcaree, si possono invece osservare in tutto l’Arcipelago solo qui e in un’altro piccolo sito sull’isola di Caprera, mentre piccoli e grandi candelotti verticali di arenaria ci rivelano come quelle antiche dune fossero, un tempo, popolate di arbusti o piccoli alberi, ormai scomparsi, che hanno lasciato traccia delle loro radici in quelle forme bizzarre, giunte fino a noi. E’ curioso scoprire quante cose ci può raccontare anche un piccolo posto, quando ci fermiamo, passeggiando zaino in spalla, per il Parco Nazionale di La Maddalena.