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  • I luoghi dell'anima: la Crucitta


    In questo racconto personalissimo, Saverio Minunno ci descrive il luogo a lui più caro: Punta Crucitta. Un posto “arido, inospitale, in un’isola che è fatta tutta di bellezza”, ma che fa vivere sensazioni ed emozioni tali da aprire il cuore e che può ora essere scoperto da tutti grazie all’apertura ufficiale dei sentieri di Caprera nello scorso mese di agosto. Se chiedessimo a chi per mestiere o per disavventura fa il viandante, professionista del girovagare nel vuoto, senza una direzione, senza una meta (come una poe-sia d’amore detta al mare ed alle nuvole in una sera d’agosto), quale sia il “suo” definitivo luogo dell’anima, quello dove volentieri andrebbe a dimorare nell’eternità del tempo, fermarsi, finalmente, in compagnia del suo spirito-guida, in un luogo tutto e soltanto suo dove abbandonare per sempre all’oblio terrestre il pesante carico degli affanni e dei dubbi, è certo che la risposta dell’errante, del vagabondo, sarebbe pronta, centrata e piena come solo nello sguardo assente dei visionari è dato esprimere. Ci direbbe: “...dovunque possa sentirmi circondato da lealta’ e affetto, è il posto dove vorrei restare all’infinito...”. O forse : “...ma anche qui dove mi trovo adesso, qui dove sta il mio pensiero è il mio luogo dell’anima, qui dove ti sto parlando...”. O forse , con l’indice puntato verso il niente: “...ma anche laggiù, fra le nebbie della boscaglia, dove ieri ho raccolto more e funghi in compagnia della pioggia...”. E poi, magari con un filo di commozione, aggiungerebbe: “...e perché non lassù, nella casa dove ho vissuto la mia colorata infanzia, proprio sotto le assi che sostenevano la culla in palissandro che costrui’ per me mio padre, tanti anni fa, con le sue mani. Mio padre... Ecco un altro mio possibile luogo dell’anima: casa mia, dove ho dormito per diecimila notti, prima di decidere dove si perderanno i miei giorni di uomo e dove cominceranno quelli di...?”. Perfetto nella sua lucida follia, il viandante errabondo (proprio su questo tema Franz Schubert ha composto un incomparabile ciclo di Lieder, il Winterreise), sceglierà di fermarsi presso l’ultimo domicilio conosciuto in cui ha respirato la stessa aria di una persona cara, di sua madre, di un amico, di un’amante, o dove ha incontrato il cucciolo meticcio che gli ha leccato le ferite, guarendole, prima che lui partisse. E che ancora lo attende sul confine di un paese che si chiama fedeltà. Questo per ciò che riguarda il vagabondo, mentre per me, se consentite, vorrei provare a descrivervi il mio luogo dell’anima, il mio territorio speciale, dove consegnare i miei giorni al cielo e i miei ricordi al mare e che sta qui vicino, pochi passi, dopo un ponte di ferro e travi di abete, che conduce a una Caprera selvaggia e contorta, lussureggiante e ostile, pericolosa e profumata, triste come un animale ferito e allegra come un temporale estivo. Sta lì, nella Caprera che non ti aspetti, Caprera oltre confine, Caprera in un finisterre brullo e senza ricchezza, il luogo dove vorrei restare per sempre, con le mani nell’acqua e gli occhi a spasso per le pinete a spiarvi dalla vetta della mia altissima follia mentre giocate a fare gli uomini. Non è affatto bello, sofisticato, elegante il posto di Caprera che ho scelto come luogo dell’anima. La classica bellezza dei canoni perfetti qui non c’entra. Luogo più arido, inospitale, in un’isola che è fatta, tutta, di bellezza, non potevo trovare. La Crucitta, così si chiama questo posto brutto di Caprera, ha le sembianze di una piccola croce ed è il più al Nord dell’arcipelago, proiettato verso un velato orizzonte, sorta di trampolino che punta in Corsica, ma più Bastia che Bonifacio e più Liguria che Giannutri. Ricordo bene quanto sia lunga, tortuosa, tutta un saliscendi, la strada che porta a questa specie di laguna desolata in cui sostano da millenni ciottoli tondeggianti che sembrano confetti di pietra immersi in un’ acqua non vellutata come a Cala Serena, o cremosa come a Cala Brigantina, ma al contrario, stagnante, melmosa e grigia anche in pieno sole. Separata da uno stretto lembo di terra, in quella che definire spiaggia è un’offesa per Bassa Trinita o Spargi, c’è una spiaggia, appunto, ma la cui sabbia è grossolana e catramosa, per via della sua esposizione ai molti venti che si insinuano spesso impetuosi nella baia in cui è immersa. Il mare che bagna la spiaggia della Crucitta è per questo che non ha niente del turchese e dello smeraldo del porto della Madonna, di Spargi, della Capocchia d’u Purpu, ma è mare: comunque. E mare sia, allora! Il lavacro ideale: tonico, catartico, acqua che la Crucitta serba in seno ad un grande masso di forma conica, prototipo di una preistorica fonte battesimale, frutto di un’onda clandestina che l’ha depositata nella roccia con un balzo di vento. E li vi aspetta, la fonte sacra, o voi viandanti a caccia di una purificazione globale, di un condono tombale, di una sentenza assolutoria per non aver commesso il fatto... In un cunicolo sepolto nella piccola baia lo troverete, discreto e misterioso nel suo silenzio primordiale sulla destra della laguna, fra i sassi “che sembrano confetti”. Acqua salata, fresca, in questo mare, acqua tiepida solo in agosto. Veramente calda, mai. Ci andavo spesso,quasi quotidianamente, fino a qualche anno fa, alla Crucitta, questo meraviglioso postaccio imperchiato sulla punta estrema dell’arcipelago. Oltre Arbuticci, oltre cala Garibaldi,oltre Messa del Cervo, oltre Candeo. A piedi, naturalmente, partendo dal centro, da piazza Comando, zainetto in spalla e un bidoncino d’acqua di Rinagghju al seguito. Molti chilometri al trotto più che al galoppo, quando le mie gambe, vent’anni più giovani, obbedivano docili ai miei comandi (anziché recalcitrare un doloroso e umiliante rifiuto come fanno oggi), alla cerca di mirto succulento, in quella zona gigantesco per via delle molte vadine che lo nutrono, e soggiogato dal fascino di un ginepraio degno dell’Inferno dantesco. Me li indicò, insegnandomi mille altre cose di Caprera, il compianto amico Giovanni (Cesaraccio), che da vent’anni ormai vola fra questi anfratti come il passero solitario che in fondo è sempre stato, planando fra Pian delle Spugne e Tahiti, finalmente felice. Ma proseguiamo: dopo un centinaio di metri di scoscesi viottoli, fra massi capovolti come da un cataclisma, vi accolgono prati e pianori profumati di lentischio, capelvenere e orchidee selvagge e poi si arriva. Ma quasi: prima c’è da affrontare una collinetta breve e insidiosa che facilmente smotta come una slavina, penetrare un altro boschetto di alte, frondose querce e si arriva. Anzi: manca l’ennesima scalata di un fortino sulla sommità del quale c’è quanto resta di una postazione contraerea (il panorama su Giardinelli è veramente vibrante di bellezza) poi di un tafone ripido e sdrucciolevole, specie dopo o durante un acquazzone. Poi non rimane che superare un colle di qualche metro di altezza, che però è abbastanza da coprirvi la visuale di ciò che gli sta sul versante opposto e nasconde quello che invece vi apparirà quando l’avrete... “scalato”. Dopo un sì lungo cammino, l’ennesima ripida salita è faticosa assai, credetemi, ma è quello il momento più gratificante, quello da pregustare fin dalla partenza, sapendo che presto il vostro sguardo si aprirà, leggero, alla vista, dall’alto, in lenta e implacabile progressione prospettica, prima della baia, poi della laguna pietrosa, poi della spiaggia catramosa, poi della lingua di terra che le separa con un sorriso, e infine del promontorio sotto il quale si sgrana un rosario di faraglioni (dove, mi dicono gli esperti, si pesca come sul lago di Tiberiade) e dulcis in fundo, l’orizzonte lontano, infinito, vi si aprirà al cuore come la promessa di una felice eternità. Tutto ciò è di un tale stravagante, magnetico fascino che non si può non provare perfino tenerezza per questo posto, diverso da tutti gli altri celebrati highlight di Caprera. Il 10 agosto scorso il Parco Nazionale di La Maddalena ha inaugurato il nuovo sentiero guidato e un poco “restaurato” che dalle pendici del forte di Arbuticci fa rotta verso punta Galera e termina alla Crucitta. Un plauso sincero alla Direzione e alla Presidenza del Parco e alle sue politiche di salvaguardia e tutela del nostro territorio. La nuova segnaletica e la pulizia del contorto sentiero vi renderanno molto più agevole la discesa verso questo posto che ironicamente abbiamo definito brutto. Avrete capito che, al contrario, il luogo è veramente dell’anima, meraviglioso e particolare. Taumaturgico e, anche solo per questo, imperdibile.