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  • Zaino in spalla per il parco


    La bellezza dell’inverno è anche quella di poter ammirare come gli ambienti che siamo abituati a frequentare in primavera o in estate, cambino in maniera apparentemente irrimediabile, sconvolgendo le certezze che abbiamo acquisito in giornate e giornate di sole, asciugamano, bagni e ombrellone.
    Passeggiando per spiagge, in inverno, si può capire meglio come questi luoghi, tanto cari alle vacanze di tutti, siano degli ambienti vivi e pulsanti. Senza voler entrare nel merito dei “mali” di derivazione antropica che affliggono le spiagge, è anche il naturale corso delle stagioni a modificarne l’aspetto generale per poi quasi sempre, per fortuna, ridarci quello di cui siamo abituati a godere nella stagione calda.
    È questo quello cui mi sono trovato davanti una mattina ventosa d’inverno, quando la spiaggia di Baia Trinita, durante una forte mareggiata, mi è apparsa flagellata dal mare, ridotta, quasi scomparsa. Solo due settimane dopo, in una fredda giornata di sole, mi è sembrato di trovarmi di fronte ad un’altra spiaggia: una banquette di posidonia (la copertura di strati di foglie morte che viene deposta dalle onde sulle spiagge) ricopriva il bagnasciuga e parte della spiaggia, un torrente sfociava a mare e l’arenile aveva ripreso una forma a me familiare.
    Le piogge battenti autunnali, con i torrenti che si formano e che riversano l’acqua dolce in mare, le mareggiate, le tempeste, con i venti che nel nostro arcipelago arrivano e a volte superano gli 80 Km/h, sono tutti agenti capaci di modificare pesantemente l’aspetto di una spiaggia. Il fatto che spesso poi, in estate, non ci accorgiamo più di quanto è accaduto solo qualche mese prima, è la prova che i cicli stagionali sono parte del ritmo pulsante di questi ambienti che non sono immutabili come in una cartolina, ma che cambiano aspetto continuamente.
    La sabbia che osserviamo in molte spiagge, nell’arcipelago piccole e fragili per loro stessa natura, potrebbe anche non essere la stessa dell’anno prima, aver trascorso del tempo sott’acqua e trovarsi al sole estivo l’anno dopo, senza che la maggior parte di noi si accorga di quanto è accaduto, salvo quando ci si trova di fronte a cambiamenti evidenti come una grana più grossa dei granelli di sabbia. Ciò che ci induce in errore è il pensare che una spiaggia sia solo la parte che calpestiamo, che adoperiamo come punto di partenza delle nostre nuotate, mentre quella è solo la sua parte emersa, porzione minore di tutta un’altra più grande parte sommersa.
    Anche in assenza di grandi campi dunali, la spiaggia sommersa costituisce quel prezioso “serbatoio” di sabbia da cui il mare porta a riva, quando l’energia delle onde è minore, ingenti volumi o in cui ne porta altrettanti asportandoli alla spiaggia emersa, in caso per esempio di erosione, durante una mareggiata. Come un essere vivente, anche la spiaggia di Baia Trinita aveva ripreso forma dopo la tempesta... ma con una nuovo ripascimento naturale di sabbia e una “benda” di posidonia, la banquette, che copriva le ferite ancora evidenti, pronta a proteggere la violenza delle prossime onde. Quella stessa, preziosa “benda” di foglie che spesso, erroneamente, detestiamo credendo sia sporcizia.
    Ho raccontato questa storia ad un bambino in spiaggia, quel giorno a Baia Trinita, mentre facevo delle foto. Un’ora di tv in meno, e una passeggiata in più, passeggiando zaino in spalla, per il Parco Nazionale di La Maddalena, forse hanno dimostrato, ancora una volta, che conoscere la natura aiuta a rispettarla.

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    Nella foto sopra, la spiaggia di Bassa Trinita durante la mareggiata. Nella foto sotto, la spiaggia di Bassa Trinita dopo la mareggiata

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