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  • Rubrica - Appunti in agrodolce


    In una intervista per il suo Entre les murs, tradotto La classe in italiano, film vincitore della Palma d’Oro a Cannes, il regista Laurent Cantet commenta: “La cultura è in continua evoluzione, e si arricchisce anche grazie alle differenze, probabilmente rendendo i giovani più aperti di un tempo”. Effettivamente. Proprio così.

    Nelle polemiche intorno alla proposta di “classi d’integrazione” per i bambini stranieri, non ho ascoltato da nessuno un argomento secondo me centrale, cioè che le classi miste fanno bene ai bambini italiani quanto se non di più che a quelli stranieri. In una società come quella italiana, malata cronica di provincialismo, invelenita da meschinità razziste mascherate da “difese di una cultura occidentale” di cui sicuramente, comunque, non sono “portatori” coloro che se ne dichiarano i paladini (per la semplice ragione che sono evidentemente privi di cultura…), niente di meglio –per i bambini italiani- che classi etnicamente miste, per promuovere l’educazione alla tolleranza, l’apertura mentale verso il diverso, la conoscenza e il rispetto verso culture che, se studiate e analizzate, sarebbero in grado di mostrare un pedigree tanto nobile quanto il nostro…

    Invece i difensori della, diciamo, “riforma”, preferiscono la via dell’ipocrisia, e non si vergognano, tentando di nascondere il sole con un dito, di affermare una bestialità dal punto di vista pedagogico: che le classi esclusivamente formate da stranieri sarebbero istituite per il loro bene; che con lezioni a loro esclusivamente dedicate imparerebbero più facilmente l’italiano. Quando chiunque abbia avuto a che fare con bambini e con lingue straniere sa che un bambino in full immersion impara qualsiasi lingua in un tempo molto breve, e raramente superiore ai tre mesi.

    Questi pregiudizi e ipocrisie sono molto gravi anche perché d’altro canto sappiamo che società più integrate e più aperte verso le altre culture presentano maggiori potenzialità di sviluppo, sono quindi più ricche, anche dal punto di vista strettamente economico. Ma spostiamo adesso momentaneamente l’attenzione ed osserviamo un altro orizzonte. Nel salone consiliare del Comune di La Maddalena, l’11 ottobre scorso, un gruppo di studenti di architettura del terzo e quarto anno dell’Università di Harvard, come risultato preliminare di un workshop appoggiato dalla Regione e dalla Facoltà di Architettura di Cagliari, hanno presentato delle bozze di progetti, frutto di una settimana di studio a Santo Stefano; tra circa sei mesi di ricerca gli stessi studenti ritorneranno con i progetti elaborati.

    Due cose mi hanno colpito nel corso delle loro esposizioni: la prima, l’idea ricorrente di integrare e “riconquistare” Santo Stefano per i maddalenini, nell’ottica di una visione prettamente culturale, nel senso di considerare la cultura - come in effetti è - non solo elemento “accessorio”, bensì motore centrale per lo sviluppo socio-economico sostenibile di un paese o territorio; la seconda, la visione del Parco come elemento collante per tutto un sistema centrato nello sviluppo culturale (per esempio: creazione di campus universitari per ospitare studenti in funzione di studi legati al mantenimento e conservazione del sistema-Parco; Istituti di ricerca di alta formazione nell’isola di Santo Stefano; servizi di accoglienza ed assistenza turistica totalmente ecosostenibili).

    Ma al margine di tutto ciò, quello che vorrei sottolineare qui è che, nel campionario di studenti di Harvard sbarcato nella nostra isola, meno del 50% presentava le caratteristiche somatiche individuate come più autenticamente nordamericane; gli altri mostravano le più diverse origini etniche: cinesi, filippine, giapponesi, latine. Harvard, riconosciuto simbolo di eccellenza, sede ambita nel curriculum di studi di ogni professionista rampante, tradizionalmente culla di formazione della classe dirigente nordamericana, accoglie evidentemente alte percentuali di immigrati. Sono convinta che una delle forze degli Stati Uniti sia, nonostante tutto, la sua capacità di integrazione. Perché queste giovani generazioni di immigrati apportano sicuramente tesori di creatività e talento che contribuiscono alla ricchezza generale del paese.

    Per concludere, un monito di Bertold Brecht. Di questi tempi, le sue scarne e forti parole dovrebbero darci molto di che riflettere: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

    * * [Citazione trovata in un intervento di Don Luigi Ciotti, Presidente del «Gruppo Abele» e di «Libera - associazioni, nomi e numeri contro le mafie»]